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    Patrocinio Unesco Dolomiti Brenta Trek

    Unesco Dolomiti Trails - Report

    Alessandro Cristofoletti ed Efrem Ferrari hanno percorso il Dolomiti di Brenta Trek Expert, l'anello di trekking nel cuore del gruppo dolomitico Patrimonio dell’Umanità del Brenta. Di seguito trovate materiale utile per chi volesse ripercorrere le loro tracce e vivere a 360 gradi i sentieri e le vallate delle Dolomiti di Brenta

    Dolomiti Brenta Trek Expert storytelling

    Raccontare un luogo con una storia

    Attraverso la narrazione si scoprono cose nuove, interessanti e inaspettate. Si diventa viaggiatori e non più villeggianti. Si “entra” in un territorio aumentando la propria conoscenza. La narrazione avviene a più livelli: in forma scritta, con delle immagini evocative, con le tracce gps, che non sono più semplici linee su una mappa, ma prendono vita perché arricchite di contenuto.

    Trinomio: cultura, sostenibilità, tecnologia

    Rispettando questa linea sono scelti itinerari che sposano un turismo attivo e consapevole, che mettono in moto sia il corpo che la mente di coloro che li percorrono. Oltre a questo viene adottato un approccio innovativo, considerando la tecnologia come un mezzo e non un fine per veicolare e stimolare curiosità e conoscenza.

     

    Tappa 1: Rifugio Peller – Bivacco Costanzi

    View photos Dolomiti Brenta Trek All’alba Efrem ed io siamo già in marcia. Per partire presto siamo saliti ieri pomeriggio in macchina da Cles fino al lago del Durigat e da lì al rifugio Peller a piedi, collaudando, per quel breve tratto, il peso degli zaini sulle spalle. La prima notte è passata senza un filo di vento e oggi il cielo è sereno. Scendiamo dalla balza del rifugio fino alla strada forestale, seguendo un piccolo sentiero e bagnandoci i polpacci di rugiada.

    Ci dirigiamo verso il lato boscoso del monte Peller che dà sulla Val di Sole. Lungo la strada troviamo Malga Clesera. Le vacche sono appena partite per il pascolo e il malgaro sta rompendo la cagliata nel grande paiolo. Noi ci fermiamo un secondo a bere e assaggiamo un po’ del loro formaggio a chilometri zero: favoloso!

    Da lì prendiamo un sentiero in salita che ci conduce al passo della Forcola e qui rimaniamo ad ammirare la prima, grande meraviglia del trekking: il Pian de la Nana. Si tratta di una conca erbosa molto vasta (circa 5 km in lunghezza e 1.5 in larghezza) e circondata sui lati da nove cime. Essa si è originata grazie a fenomeni glaciali e carsici e oggi ospita il bestiame della Malga Tassulla.

    Scendendo dal passo e dirigendoci verso sud, incontriamo gruppi di pecore, di vacche, di cavalli, di asini, di capre. A questi bisogna aggiungere le migliaia di marmotte che bucherellano la superficie di questa immensa prateria e la grande quantità di uccelli selvatici che volano di qua e di là in cerca di prede. Questo luogo, oltre che suscitare una profonda pace, stimola anche il contatto con gli animali.

    Attraversiamo tutto il Pian de la Nana e dopo una breve salita sbuchiamo sull’altro versante del Sasso Rosso (una delle nove cime). Scendiamo su di un grande balcone verde, protetto a est dalla mole del Sasso Rosso, mentre sugli altri tre lati scendono precipizi di 600 metri. Il paesaggio rispetto a prima cambia completamente. Dai toni morbidi (che ricordano quelli del Tibet o della Scozia) si passa a bastioni di roccia strapiombanti e iperpanoramici. In mezzo al terrazzamento naturale c’è il Bivacco Costanzi, una piccola ma accogliente casetta di legno: il nostro riparo per la notte.

    Sistemati e rifocillati ci rilassiamo, scattando fotografie o prendendo il sole, in attesa del tramonto, che arriva, più pirotecnico che mai, a colorare la punta aguzza della Presanella. Quando è quasi buio arrivano quattro polacchi distrutti di fatica. Hanno percorso il sentiero Costanzi in 13 ore, partendo dal Graffer quella mattina. Si sono attardati perchè due di loro sono poco esperti, anzi, non hanno mai visto una montagna prima d'oggi. Ci raccontano per filo e per segno la loro esperienza davanti a un piatto caldo di minestra, mentre fuori, la luce che filtra dalla finestra del nostro bivacco è l’unica nel raggio di un bel po’ di chilometri.

    Tappa 2: Bivacco Costanzi – Rifugio Graffer

    View photos Dolomiti Brenta Trek Alle 4.45 suona la sveglia. Ci alziamo in silenzio per non svegliare gli altri. Gli zaini sono già pronti e i saluti ai polacchi già fatti la sera prima. Due pezzi di cioccolata, un paio di fichi secchi, un goccio di acqua gelata e via. Ci lanciamo a perdifiato lungo la valle del vento e in meno di un’ora perdiamo più di 800 metri. La vegetazione cambia: torniamo a immergerci nel bosco. È un bosco più selvatico di quello nei pressi del Peller, c’è meno attività umana da queste parti.

    Raggiungiamo un pianoro invaso da piante e da fiori che ci arrivano allo sterno. Quasi nascosti dalla vegetazione spuntano dei ruderi: è quel che rimane di Malga Scale. La malga fu abbandonata negli anni ’60 ed ora il bosco si sta lentamente ma inesorabilmente riappropriando del pascolo. È molto interessante come spettacolo, perché si vede cosa succede a un bosco lasciato a se stesso.

    Procediamo su un sentiero in leggera salita che costeggia le pareti della Centonia. A quest’ora sembra di camminare dentro un sogno. Non incontriamo anima viva, il bosco dorme ancora e anche noi siamo un po’ in trance per via della sveglia insolita. Il richiamo di un animale sconosciuto però ci riporta alla realtà. Efrem, che studia scienze forestali, mi spiega che si tratta di un picchio nero.

    Dopo una lunga traversata immersi nel folto degli alberi, usciamo all’aperto nel pascolo di Malga Mondifrà. Qui, verso le nove di mattina, facciamo una seconda colazione con del formaggio, del pane e dello speck, gustandoci i primi veri raggi di sole. Il tempo oggi non è un granchè, nel pomeriggio hanno messo pioggia.
    Con gli stomaci pieni ingaggiamo la salita verso il Graffer, ma a Malga Vagliana ci dobbiamo fermare per riposare un secondo. Forse abbiamo esagerato con il formaggio.

    La sosta ci permette di conoscere Stefania. È una ragazza molto socievole, sui 25 anni di età. È lei a gestire la malga, la quale ospita 60 tori da carne. Assieme ai suoi 4 cani e a due cavalli passa i tre mesi estivi tutta sola a fare un lavoro piuttosto duro. Qualche amico la viene a trovare e le porta i rifornimenti. Stefania dimostra un bel carattere e anche una buona dose di trasformismo. Durante l’inverno, infatti, lavora in un negozio di abbigliamento in Val di Sole.

    Recuperate le energie saliamo ancora, sovrastati dalla mole della Pietra Grande. Il tempo si sta guastando e le nuvole circondano il Massiccio Centrale, ora visibile. Dal Passo di Le grasse costeggiamo il grande prato che ci separa dal rifugio Graffer, fra enormi ceppi di larici secolari rovinati dai fulmini. Appena entrati nel rifugio conosciamo i gestori, sono due fratelli: Roberto e Luis Manni, uno guida alpina e grande alpinista e l’altro maestro di sci. Sono fra i pochi gestori sul Brenta a lavorare tutto l’anno, perchè d'inverno il Graffer viene a trovarsi in mezzo alle piste da sci che partono più a monte, dal rifugio Stoppani.

    Oggi andiamo a letto presto, con l’acquolina in bocca: domani entreremo nel cuore del Brenta più conosciuto, quello delle grandi pareti e dell’alpinismo eroico. Ci lasciamo le vaste praterie e i boschi di abete alle spalle. Da domani inizieremo a salire in quota. La nuda roccia strapiombante si sostituirà ai morbidi profili degli alpeggi.

    Tappa 3 Rifugio Graffer – Rifugio Tuckett

    View photos Dolomiti Brenta Trek La tappa dal rifugio Graffer al rifugio Tuckett è così breve (un’ora e mezzo circa) che decidiamo di unirla a quella successiva, pertanto oggi arriveremo fino al Rifugio Brentei. Questo però non ci impedirà di sostare al Tuckett per fare due chiacchiere con il gestore.

    Il cielo oggi non è dei migliori. Una coperta di nubi ci sovrasta, smorzando un po’ la luce e creando un'atmosfera quasi intima. Sull’altro versante della valle, verso la Presanella, alcuni buchi nel manto nuvoloso illuminano a sprazzi la montagna. Le cime del Brenta, invece, sono tutte nascoste.

    Saliamo di poco e raggiungiamo il rifugio / ristorante Stoppani, il punto di arrivo degli impianti di risalita. Il sentiero è ora quasi tutto pianeggiante, ma molto bello perché si snoda fra le marocche, ossia delle antiche frane postglaciali che con l’abbandono dei ghiacciai si sono staccate dai versanti delle montagne e si sono depositate sul piano inclinato che è presente fra il rifugio Graffer e il rifugio Tuckett. Sembra proprio di camminare in un gigantesco giardino di pietra.

    Il sentiero ci conduce a ridosso del Torrione di Vallesinella e, in seguito, costeggiando il fianco della montagna, del Castelletto Inferiore. Intravediamo la Vedretta di Brenta inferiore e la Bocca del Tuckett, oltre la quale scende il sentiero che conduce a Molveno, sul versante orientale del gruppo; raggiungeremo quelle zone fra tre giorni, dopo aver aggirato l’intero Massiccio Centrale.

    Un elicottero continua ad andare e venire dal Tuckett, trasportando materiale. Avvicinandoci scopriamo il perché di questo lavoro. Davanti a una tazza di tè caldo Alberto Angeli, il giovane gestore, ci spiega che stanno ristrutturando la struttura di uno dei due edifici.
    Ci chiediamo perché nella prima metà del ‘900, con le difficoltà di allora per il trasporto del materiale, abbiano costruito due rifugi invece di uno. La risposta è semplice. Essendo zona di confine l’antagonismo fra tedeschi e italiani era molto accesso. Così fu costruito il rifugio Quintino Sella italiano e il Berliner Huette germanico, che fu ribattezzato poi rifugio Tuckett. Oggi i due edifici sono accorpati in un'unica gestione.

    Oltre alla particolarità delle due costruzioni notiamo anche la giovane età di quasi tutti quelli che lavorano in questa struttura. Alberto ci dice che molti studenti universitari hanno voglia di fare la stagione in rifugio. Sembra proprio che qui le nuove generazioni stiano tornando a frequentare assiduamente la montagna.

    Tappa 4 Rifugio Tuckett – Rifugio Brentei

    View photos Dolomiti Brenta Trek Come detto, abbiamo deciso di unire questa tappa a quella precedente, perché entrambe sono molto brevi. Così facendo ci siamo trovati al Rifugio Tuckett verso le 10 e mezzo del mattino e siamo ripartiti alle 12, in compagnia di Giuliana Pincelli, una guardia parco del PNAB (Parco Naturale Adamello Brenta). Assieme a lei scendiamo fino alla Sella del Fridolin e ogni tanto compiamo delle soste per osservare una pianta particolare, o un fiore. Lei ci spiega ad esempio la differenza fra Brenta e Adamello, il gruppo che si innalza dall’altro lato della Val Rendena, i motivi che rendono il gruppo del Brenta così particolare e il perché su queste montagne l’uomo non è affatto una presenza sgradita, anzi è un elemento necessario (per una più completa descrizione vi consiglio di acquistare la guida completa e ufficiale del DBTE: GRANDI SENTIERI DELLE DOLOMITI – IL BRENTA – PATRIMONIO DELL’UMANITA’)

    Alla sella del Fridolin giriamo a sinistra, e, salendo lungo il sentiero Bogani, entriamo nella Val Brenta, il cuore di questo gruppo montuoso, almeno da un punto di vista toponomastico (in questo luogo e nelle immediate vicinanze sono innumerevoli le cime, i passi e gli altri soggetti geografici a contenere il termine Brenta nel nome). Lungo la strada vediamo dapprima il Crozzon di Brenta, uno dei simboli del massiccio, che è separato dalla Cima Tosa, la più alta del Gruppo (3173 m), dal canalone Neri, perennemente abitato dal ghiaccio e dalla neve. Passiamo attraverso un tunnel scavato nella roccia e raggiungiamo un piccolo capitello che ricorda una disgrazia avvenuta alcuni anni fa. Alcuni ragazzi, accompagnati da un prete, morirono travolti da una frana durante un temporale. L’imprudenza può costare caro anche su un sentiero facile come questo.

    In poco siamo al Brentei, nel rifugio che fu per tanti anni di Bruno Detassis, emblema del Brenta. Negli ultimi anni di vita incarnava lo stereotipo del vecchio uomo di montagna, con la sua lunga barba bianca, la pipa e le mani nodose che fino all’ultimo furono in grado di abbrancare la roccia. Qui, su queste cime, fu alpinista estremo, guida alpina e maestro di sci, gestore di rifugio e membro storico del soccorso alpino; in breve fu un grande conoscitore della montagna e dei suoi meccanismi. Ebbe più rispetto verso la vita (la sua con lui fu generosa, poiché gli permise di arrivare a 97 anni nel 2008) che verso le imprese di arrampicata acrobatica estrema che si praticavano a partire dagli anni '30, anche se questo non gli impedì di aprire oltre 200 nuove vie (di cui 70 solo sul Brenta).

    A raccontarci di Bruno è Luca, guida alpina anche lui e gestore del Brentei. Mentre fuori il Crozzon diventa rosa nella luce del tramonto, esploriamo il Brentei e le storie che custodisce, una per ogni fotografia appesa alle pareti della grande sala da pranzo.

    Tappa 5 Rifugio Brentei – Rifugio XII Apostoli

    View photos Dolomiti Brenta Trek Questa tappa, anche se breve nella distanza, richiede più attenzione rispetto alle precedenti. I percorsi si fanno più “alpinistici” e il panorama svela alcuni degli scenari più suggestivi del tour. Dal rifugio Brentei scendiamo fino a raggiungere il fondo della Val Brenta e risaliamo dall’altra parte, sul versante del Crozzon. Stare sotto questa parete alta quasi 900 metri fa un certo effetto e per gran parte della mattina non facciamo che costeggiarla, salendo e incuneandoci fra essa e le cime dei Francingli. Entrambi indossiamo già l’imbrago poiché, aggirato lo sperone del Crozzon e risalito per un certo tratto il lungo canalone dei Camosci, dobbiamo superare un facile tratto attrezzato. Fin qui tutto bene.

    Quando arriviamo nei pressi della Vedretta dei Camosci però perdiamo per un istante la segnalazione del sentiero e saliamo il tratto ghiacciato a sinistra, per poi tagliarlo orizzontalmente una volta in cima fino alla Bocca dei Camosci. Aldo Turri, guida alpina e gestore del rifugio XII Apostoli, ci farà notare invece che la strada corretta sale sulla destra, attraversando la vedretta alla base in una zona meno pericolosa. Alcune persone, con condizioni nevose peggiori di quelle che abbiamo incontrato noi, si sono fatte male scivolando sul ghiaccio vivo e sui sassi. Purtroppo la segnaletica in quel punto ha bisogno di manutenzione costante perchè il ghiacciaio scendendo a valle svelle di frequente i paletti e i cartelli di segnalazione e non sempre è ben visibile.

    Dalla Bocca sovrastiamo da un lato la Vedretta dei Camosci, dall’altro quella ben più grande, la Vedretta d’Agola. Il panorama è crudo e affascinante allo stesso tempo. Roccia, neve e ghiaccio sono gli unici elementi che abbraccia lo sguardo. Guardando meglio verso il basso però, a un'ora di cammino, scorgiamo la sagoma quadrata del rifugio XII Apostoli. Da qui in poi il sentiero torna comodo, scendendo a zigzag sulla morena dell'enorme ghiacciaio che un tempo univa tutte le Vedrette in un unico corpo glaciale.

    Anche la posizione del XII Apostoli è molto suggestiva. È abbarbicato su una punta rocciosa che si protende su un precipizio, mentre a monte si spalancano gli anfiteatri di tre vedrette e le relative cime che li sovrastano.

    Una delle particolarità del rifugio è la presenza di una piccola chiesa interamente scavata nel fianco della montagna verso la metà del secolo scorso in memoria di un fatto tragico. Ci facciamo raccontare la storia della sua costruzione da Aldo, il gestore, che ci consiglia di andare a vederla.

    Seguendo il suo consiglio nel pomeriggio in 5 minuti dal rifugio raggiungo l'ingresso della chiesa. All’interno, essa è un miscuglio tra un edificio di culto e una grotta aperta sull'esterno per mezzo di quattro finestrone che formano una grande croce di roccia. Sull'unica parete semicircolare sono appese centinaia di piccole targhette che ricordano con un nome o una foto le persone che hanno perso la vita in montagna.

    Tappa 6 Rifugio XII Apostoli – Rifugio Agostini

    View photos Dolomiti Brenta Trek Anche oggi il tempo è clemente, anche se per il pomeriggio le previsioni affisse sulla porta del rifugio dicono pioggia. Guardando la cartina, decidiamo di unire la tappa 6 e la tappa 7 in un'unica giornata di cammino. I rifugi in questa zona sono molto vicini fra loro ed è quindi facile riuscire a compiere un tragitto più lungo. Per arrivare al Pedrotti prima che inizi a piovere dobbiamo però partire presto.

    Lasciamo di buon’ora il XII Apostoli e saliamo all’ombra, lungo il sentiero Castiglioni. Superiamo un piccolo nevaio e ci impenniamo sulle morene fino ad arrivare alla Bocca dei Due Denti. Questo è il punto più alto del trekking (2859 m) e corrisponde al punto che separa il lato ovest dal lato est del gruppo. D’ora in avanti, guardando a ponente, non vedremo più la figura imponente della Presanella che ci ha accompagnato fin dal primo giorno.

    Alla Bocca dei due Denti mangiamo qualcosina e, aggirando un grande masso, scendiamo dall’altra parte, sul versante più ripido e illuminato dal sole. 400 metri più in basso scorgiamo il tetto rosso del rifugio Agostini e a venti metri da esso quel che resta della Torre Jandl. Nel ’57, in una notte d’estate, all’improvviso, il campanile di roccia si staccò dalla sua sede e cadde a valle, atterrando sul ghiaione sottostante. Da lì iniziò a scivolare sui sassi come su una slitta, fermandosi giusto a pochi metri dal rifugio. Per quelli che dormivano dentro fu un bello spavento.

    Iniziamo la ferrata, che affrontiamo in discesa. È un percorso abbastanza esposto, ma essendo ben assicurati non ci resta che goderci il panorama. Da qui, a quest’ora del mattino, lo scenario ad est è composto da una serie di rilievi in controluce che si perdono all’orizzonte. Sulla nostra sinistra le Torri di Tosa sembrano un enorme pettine sdentato fatto di tantissime guglie ravvicinate. Scale, cordini e passerelle mozzafiato ci conducono alla base, 300 metri più in basso.

    In quattro salti siamo al rifugio. Il tempo si sta guastando e la nebbia inizia a salire ora a banchi dalla Val d’Ambiez: fra un po’ raggiungerà anche l’Agostini. Sono le 11 di mattina. Il profumo di qualche invitante intingolo che filtra dalle porte della cucina ci spinge a entrare.

    Come il rifugio Tuckett, anche l’Agostini è gestito in modo familiare. Il vecchio gestore, Ignazio Cornella, è stato succeduto dal figlio Roberto, il quale ha la compagnia della moglie e dei tre figli.
    Mentre chiacchieriamo di montagna e di arrampicate (questo rifugio ospita durante il periodo estivo uno dei corsi di arrampicata più prestigiosi, il Giorgio Graffer) mangiamo una fetta di strudel fatto dalla moglie di Roberto. È talmente buono che vorremmo trattenerci di più, magari per pranzo, ma ormai è deciso. Dobbiamo raggiungere il Pedrotti in giornata.

    Tappa 7 Rifugio Agostini – Rifugio Tosa-Pedrotti

    View photos Dolomiti Brenta Trek Sono le 12 e 30 circa quando usciamo dal rifugio e scendiamo verso il sentiero che taglia orizzontalmente la Val d’Ambiez. Sopra di noi, all’interno della Busa de Castei, le cime entrano ed escono dalle nubi costantemente, cambiando il paesaggio di continuo. La veduta, pur non essendo completamente chiara e nitida, è affascinante anche così. La nebbia dona a queste rocce toni più scuri e misteriosi: il colore della Dolomia ha infatti la caratteristica di cambiare a seconda della luce che la colpisce e del tasso di umidità nell’aria. Uno dei fenomeni più noti è quello dell’enrosadira, che fa assumere alla roccia dolomitica colorazioni rosacee verso il tramonto.

    Giungiamo alla Forcolotta di Noghera totalmente immersi in un’atmosfera bianca e impalpabile. Sembra di essere sospesi in un’altra dimensione, o in un altro tempo. Lo sfasciume che ci circonda ci ricorda per forma e dimensione quella di grandi navi fantasma.

    Voltiamo verso nord e camminiamo per circa dieci minuti, fino all’orlo di un grande burrone. Si tratta di un buco enorme, come il cratere di un vulcano. In realtà la Pozza Tramontana (questo è il suo nome) è di origine glaciale e modificata successivamente dal carsismo. Sul bordo opposto rispetto a noi vediamo appena le finestrelle bianche e celesti del rifugio Pedrotti.

    L’ultima parte della tappa consiste nell’aggirare la Pozza Tramontana, passando su un facile sentiero attrezzato e poi procedendo a zigzag in mezzo a grandi massi conficcati nel terreno, franati in tempi immemori da Cima Ceda Bassa e da Cima Polsa. Prima di compiere quest’ultimo passo dobbiamo però fermarci. Il tempo è peggiorato ulteriormente e la pioggia ci costringe a riparare sotto un sasso strapiombante. Il tempo di mettere sotto i denti un pezzo di speck e si può ripartire, ma si tratta di una tregua temporanea. Subito dopo aver raggiunto il Pedrotti, aver sistemato i bagagli e aver ordinato due birre, fuori dai vetri appannati del rifugio si scatena il finimondo.

    Il Pedrotti - Tosa è uno dei rifugi più grandi di tutto il Trentino. Rispetto agli altri rifugi sul Brenta, eccetto forse il Graffer, esso assomiglia a un grande albergo. A ogni ora del giorno c’è sempre un gran via vai di gente di tutte le nazionalità e il personale ha sempre un gran daffare. Il responsabile, Franco Nicolini, come gli altri colleghi gestori, ha una grande esperienza alta quota. Seduti nel tepore della sala da pranzo, ci racconta la sua idea di montagna e i concatenamenti di cime che lo reso famoso famoso nell’ambiente alpinistico.

    Il temporale dura per tutta la notte, ma noi, protetti dentro i nostri sacco lenzuolo dormiamo della grossa, anzi, il tenue fischio del vento negli stretti interstizi delle pareti ci fa da carillon e ci aiuta ad addormentarci. Speriamo solo che domani faccia bello.

    Tappa 8 Rifugio Pedrotti – Malga Spora

    View photos Dolomiti Brenta Trek Oggi usciamo dalla parte “rocciosa” e più conosciuta per entrare in quella più selvaggia e meno battuta dei pascoli e delle malghe. Prima però vedremo in carrellata, costeggiandole, tutte le cime più belle e rinomate del Brenta.

    Abbandonato il Pedrotti ci dirigiamo verso nord, sul sentiero Orsi. È un sentiero in parte attrezzato che supera alcune cenge con dei tratti di cordino estremamente spettacolari. Oggi la giornata è limpida e ci permette di vedere ogni anfratto, ogni nicchia della roccia.

    La prima epifania l'abbiamo nella Busa degli Sfulmini. Siamo partiti da nemmeno un’ora e già siamo costretti a fermarci per ammirare dal basso l’anfiteatro di creste, guglie e pareti strapiombanti della Cima Brenta Alta, del Campanil Basso, della frastagliata Cima degli Sfulmini, del Campanil Alto e della Torre di Brenta. La macchina fotografica, anche con il grandangolo, fatica a catturare l’intero complesso di vette.

    Più avanti il sentiero gira a sinistra e si incunea nella roccia, lasciando sulla destra un baratro di 3-400 metri. Avanziamo prudentemente assicurandoci con il moschettone al cordino di sicurezza. Fra saliscendi, pezzi attrezzati e non, sorgenti d’acqua di fusione in cui ci rinfreschiamo e paesaggi in continuo mutamento, raggiungiamo il sentiero delle Val Perse. Abbiamo compiuto una grande traversata in cui abbiamo visto scorrere la Cima dei Armi, la Cima di Molveno, la Cima Benta e la Cima Sella.

    Ora perdiamo quota velocemente. Ricompare la vegetazione e, all’improvviso, molto più in basso, anche parte della sagoma del lago di Molveno. Ci fermiamo per pranzo nel punto più basso, nel greto in secca di un torrente. Ci fa ombra la mole del Croz dell’Altissimo. La sua è una delle pareti più vaste dell’arco alpino e anche una delle più frequentate dagli alpinisti: quasi 1000 metri di altezza per 3 km di lunghezza.

    Dopo pranzo risaliamo faticosamente (mea culpa: mangiamo sempre prima delle salite dure!) uno dei tratti più ripidi di tutto il trekking. In alcuni punti si tratta quasi più di arrampicare che di camminare. Raggiungiamo accaldati e un po’ provati (Efrem in realtà è fresco come una rosa, sono io l’anello debole) il passo del Clamer, dove, da migliaia di anni, sta l’omonimo Sass. Questo è un menhir di roccia a base molto stretta, posto a cavallo fra i due versanti impervi, che fa da simbolo a tutti gli equilibrismi naturali che abbiamo visto durante questa tappa e quelle dei giorni scorsi. Più di una volta ci siamo fermati per osservare una torre o un masso in una posizione o con un'angolatura talmente azzardata da farci chiedere quali leggi fisiche li stiano tenendo su.

    Dal Clamer alla Spora è tutta in discesa. I prati prendono il posto dei ghiaioni e le campane delle vacche sostituiscono la eco dei nostri passi sulle rocce. Ogni cosa, il profilo dei monti, i colori, le pendenze, si addolcisce, diventa più morbida.

    Tappa 9 Malga Spora – Malga Flavona

    View photos Dolomiti Brenta Trek Il tempo stamani non ci permette di partire. Rimaniamo alla Spora e conosciamo Paolo, il malgaro, sua moglie e i suoi tre nipotini, che sono tre candelotti di dinamite.

    Verso le 5 di pomeriggio però il sole fa capolino e a quel punto decidiamo di partire. Non compiremo tutta la tappa, ma ci fermeremo a bivaccare a mezzavia. Da qui alla Flavona si passa per molte malghe e Paolo ci dice che tutte sono dotate di bivacco.

    Zaino in spalla e via. Abbiamo fatto la scelta giusta. Verso il tramonto siamo alla Sella del Montòz e lì, con una luce fantastica dominiamo un paesaggio da film western. Praterie sconfinate e grandi pareti che salgono ai lati, rese incandescenti dal sole morente.

    A crepuscolo inoltrato siamo a Malga Campa, dove pernottiamo comodamente e ripartiamo il giorno successivo senza incontrare nessuno. L’unica altra presenza è quella delle vacche che brucano libere all’aperto.

    Di primo mattino superiamo modesti dislivelli, per poi perdere quota nuovamente nella Val dell’Inferno; passiamo attraverso fitte mughete, pascoli coperti di rugiada e boschi di larice che sembrano giardini curati da mano esperta; transitiamo da malga Loverdina, che troviamo anch’essa disabitata, sempre senza incontrare nemmeno una persona. Finalmente, a malga Termoncello ci viene incontro Nikola, un pastore rumeno che ci offre, oltre alla sua compagnia interessante, caffè, grappa, formaggio e lardo. Per essere solo le 10 del mattino, la merenda è sostanziosa.

    Ripartiamo dalla Termoncello alla volta della Flavona, ma appena ci rimettiamo in cammino scorgiamo un’altra meraviglia che merita una sosta: il lago di Tovel, un piccolo lago del colore verde mare, famoso perchè un tempo, d'estate assumeva il tono cromatico del rubino. Purtroppo dal 1964 non si colora più di rosso, l’alga che causava questo fenomeno unico al mondo non è più in grado di proliferare. Lo spettacolo è tuttavia ugualmente affascinante.

    Arrivati alla Flavona conosciamo Jon il pastore, Rebecca la moglie e Alìn il loro figlio di 16 anni che ci fa da Cicerone. Lui ci porta in un deposito di detriti lì vicino e ci mostra dei fossili bellissimi. Ci promette anche di ritrovare un fossile che aveva rinvenuto due anni fa che a detta sua dovrebbe essere uno scheletro umano senza la testa. Io e Efrem ci guardiamo: la spacconeria dell’adolescenza, ci siamo passati tutti.

    Tappa 10 Malga Flavona – Malga Tuena

    View photos Dolomiti Brenta Trek La tappa di oggi è piuttosto tranquilla. Partiamo salutando la famiglia di pastori che ci ha ospitato e che per cena ci ha offerto la versione alpina di un banchetto nuziale. Uscendo dal pascolo procediamo lentamente scattando foto ai larici immersi nella nebbia mattutina e smaltendo i postumi della grande mangiata.

    Il sentiero scende fino a Malga Pozzol e poi da lì ancora più giù, seguendo il corso del rio Tresenga, l’immissario del lago di Tovel. Arriviamo addirittura in un bosco di latifoglie, che non vedevamo da più di una settimana e qui, uno stretto viottolo si impenna sulla sinistra e sale ripido, lasciandosi alle spalle le latifoglie e dopo un po’ anche tutto il resto della vegetazione. In men che non si dica guadagnamo 700 metri e torniamo a quote più “familiari”, sui 2100 m. Qui l’aria è più frizzante e le nuvole passano così veloci fra le creste da far sembrare la nostra avanzata lentissima.

    Al bivio per la ferrata delle Palete e il passo Grostè voltiamo a destra, verso malga Tuena. Abbiamo percorso il sentiero indicato sulla mappa, anche se Luca, il gestore della Tuena, ci dirà poi che il Parco ha in progetto di costruire una scorciatoia che taglia il pascolo più in basso, evitando così di dover fare tutto quel dislivello per niente. Dopo aver guadagnato quota, infatti, dai 2100 m dobbiamo ridiscendere fino ai 1740 m di malga Tuena.

    Anche malga Tuena è a conduzione familiare. Rispetto alla Flavona, però, qui si fa il formaggio e parte della malga è adibita ad Agritur. Efrem ed io trascorriamo quindi il resto della giornata abbinando formaggi e mostarde di vario tipo, annaffiando sempre il tutto con dell’ottima birra, che come sanno quelli che vanno per monti, è una delle bevande migliori per reintegrare i liquidi e i sali minerali dopo una grande sudata.

    Tappa 11

    View photos Dolomiti Brenta Trek Oggi è l’ultimo giorno di viaggio e purtroppo per noi fra poche ore dovremo lasciare questi luoghi che ci hanno fatto spendere della sana fatica, ma che ci hanno dato tanto, sia per i luoghi visti, che per le persone incontrate. Anche, direi per le persone che non abbiamo incontrato. Mi spiego meglio: a volte è bello anche camminare per ore senza incontrare nessuno.

    Decidiamo di sfruttare tutta la giornata e di “prendercela con comodo”. Dopo un’abbondante colazione con pane e burro di malga squisito lasciamo la Tuena che il sole è appena sorto.
    Saliamo subito sul fianco della grande bastionata delle Pale della Valina. Da questo lato il versante è molto impervio. Dall’altro c’è il Pian de la Nana. Procediamo lenti, in mezzo a larici secolari e a gigli rossi. Se ci voltiamo e guardiamo giù, il lago di Tovel è ancora lì davanti a noi, mentre più a sud, in alto, il Grostè ci manda i riflessi dell’ultima neve sopravvissuta all’inverno.

    Non c’è niente di meglio di una giornata di sole, di un sentiero in falsopiano e di un amico con cui chiacchierare. Ben presto però uno strappo breve, ma molto ripido ci chiude la bocca e impone il silenzio. Dalla Val Formiga sbuchiamo sul Pian de la Nana e riprendiamo a parlare: le fatiche sono finite. Da Malga Tassulla al Lago del Durigat è una discesa di mezz’ora, fra mandrie di vacche e di cavalli, fra marmotte che fischiano e grilli che friniscono. Il trekking non potrebbe finire meglio di così...o forse si?
    Costatiamo che i nostri stomaci sono vuoti e così risaliamo fino al Peller, dove Rinaldo ci accoglie nuovamente mettendoci davanti polenta e spezzatino fumante.

    Nel tavolo a fianco al nostro sta mangiando un guardia parco, Gilberto Volcan, con il quale iniziamo a chiacchierare. Durante l’intero tour non abbiamo visto (forse non siamo stati abbastanza attenti) nemmeno una traccia dell’orso, che è uno dei simboli del parco Adamello Brenta. Davanti a un meritato bicchiere di vino (solo noi però, Gilberto è in servizio) lui ci parla degli animali del Brenta, delle peculiarità naturali e di alcuni segreti che il Brenta custodisce, facendoci sognare, e facendoci, mannaggia a lui, venir voglia di partire per rifare tutto il giro.

    Purtroppo non si può. Efrem fra pochi giorni sarà in Pakistan (fortunato lui) e io ho del lavoro che mi aspetta a casa. Possiamo però concedere l’ultimo saluto (che è un arrivederci) al Brenta. Verso le 4 di pomeriggio siamo nuovamente sul Pian de la Nana e lì stiamo per un’oretta, semplicemente seduti sull’erba ad ascoltare il vento, ognuno seguendo i propri pensieri.

     

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    il BRENTA

    Alessandro Cristofoletti
    contributi scientifici
    a cura di Efrem Ferrari

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